Arte, Pittura e Filosofia

Il rinvenimento dell’opera pittorica

Parte Seconda

FRANCESCO CORREGGIA

Particolare installazione su Hegel Biennale di Venezia, 2009
Francesco Correggia, particolare installazione, I am swimming around Hegel, Chiostro di San Lorenzo, 53esima Biennale di Venezia, 2009

L’arte è il luogo di una pratica che ha con la filosofia un sostanziale rapporto di conseguenzialità. Nell’arte moderna a rimarcare l’autonomia dell’arte rispetto alle altre pratiche è il passaggio dalla sfera di un’arte formalista, sostanzialmente visiva, a un’arte vicina allo sviluppo delle scienze positiviste, alla linguistica, all’antropologia e alla semiotica.  Con Marcel Duchamp inizia un’arte che sposta il significato dell’arte dal suo elemento espressivo, visivo e contenutistico, a uno dichiaratamente funzionale, proposizionale. La domanda non è più che cos’è il bello o il brutto nella produzione artistica o la qualità formale dell’opera ma il senso stesso di questa domanda. Dal soggetto all’oggetto, o meglio, è il caso di dire, dall’essere all’ente, dall’esistenza agli oggetti in cui l’ente si è incarnato. L’estetica come scienza della conoscenza sensibile e del bello non ha più ragione di essere, poiché la questione diventa il senso stesso del suo porsi e del suo darsi come essenza.

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Marcel Duchamp

L’interrogazione, come scrive Joseph Kosuth nel suo libro L’arte dopo la filosofia, si sposta dall’arte della natura alla natura dell’arte e della sua messa in discussione. Mettere in questione la natura dell’arte costituisce un concetto fondamentale nella comprensione della funzione dell’arte. Non si tratta del suo significato ontologico ma dello stesso porsi della proposizione del “che cosa è arte”. La domanda che si dà intorno all’arte non ha più un significato che soddisfa i bisogni spirituali dell’uomo o di un’arte che tratta lo stato delle cose al di là della fisica, laddove la filosofia rivendica le sue asserzioni, ma ha a che fare con lo stesso statuto dell’arte nel suo esserci come discorso. In sostanza l’unica rivendicazione possibile dell’arte diventa l’arte. L’arte è la definizione dell’arte. La vitalità dell’arte, scrive sempre Kosuth, sarebbe quella di non assumere una definizione filosofica; di fatto, essa è implicita nel carattere unico dell’arte, nella sua capacità di rimanere al di fuori dei giudizi filosofici. È in questo contesto che l’arte assume delle somiglianze con la logica, con la matematica, con la scienza. Ludwig Wittgenstein le chiama somiglianze di famiglia. Ma, mentre le altre discipline sono utili, l’arte non lo è.  L’arte invero esiste per se stessa. È evidente che queste affermazioni assumono un senso squisitamente concettuale. L’idea e il progetto dell’opera, in quanto teoricamente intesi, si sostituiscono alla dimensione formalista e visiva dell’opera.

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Vita comunitaria degli anni Settanta

Il fare arte non è più la conseguenza di un processo dell’opera che ha come pratica esclusiva la pittura e la scultura ma la stessa proposizione sull’arte, il suo livello oggettivo, la sua natura linguistica e antropologica. Non a caso per Kosuth l’arte inizia là dove la filosofia finisce. Tutto questo funziona e ha una sua ragione ben definita in quell’arte chiamata storicamente con il nome concettuale che ancora adesso si riproduce in tutte le sue varianti, se non fosse che le categorie che fin qui abbiamo seguito sono in sostanza fallaci rispetto agli ultimi sviluppi dell’estetica, della post-verità e della stessa post-filosofia. Dobbiamo ricorrere a termini e modi di pensare completamente diversi.

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Joseph Kosuth, particolare installazione (Waiting for-) Text for Nothing’Samuel Beckett in play, ACCA,  2010

Intanto l’estetica non è più quell’universo rigido dell’interpretazione dell’arte in base a cui poteva esprimersi un giudizio in termini di gerarchie di valori ma si presenta come dimensione altra, come prassi umana di libertà. L’arte, in questa prospettiva, si colloca in continuità con le altre prassi umane ed è solo con riferimento ad esse che ciò che chiamiamo arte può addivenire a una propria specifica potenzialità. Non si tratta di liberarla dalla pittura o dalla scultura come pratiche di un fare tradizionale che ha nel gesto espressivo il suo senso compiuto come se lo stesso fosse in qualche modo un’eiaculazione del soggetto, bensì di riconoscere la sua prassi riflessiva, la sua prassi umana, direi speculare e ontologica. Anche il pensiero filosofico non è più l’elaborazione di un sistema con finalità teleologiche cui facevano riferimento Immanuel Kant e Georg Wilhelm Friedrich Hegel fino a Friedrich Nietzsche. In esso era ancora possibile ancora vedere e conoscere le cose e il nostro rapporto con il mondo e l’esistenza sia da un unico di vista dell’analisi del linguaggio sia da quello fenomenologico, ora il pensiero filosofico è sempre più un pensiero sull’arte, sulle sue pratiche, sui suoi contesti e sulle immagini del contemporaneo.

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Karl Jaspers

Tali problematiche si mostrano nella crisi dell’Occidente, che ha assunto un carattere epocale, e nello svanimento di certezze ritenute prima inequivocabili. La nostra epoca che ha estinto la differenza ontologica fra essere ed ente assicurando l’essere dell’ente all’interno dell’attività tecnica fondata sul calcolo e la pianificazione, non è in grado più di riconoscere per sé un autentico futuro. L’epoca della tecnica, come epoca finale della metafisica, assiste così al rovesciamento di quest’ultima nel suo opposto. Martin Heidegger e Karl Jaspers, sebbene da prospettive differenti, sono stati, i profeti di questo cambiamento di paradigma. Il recupero della verità dell’essere e della sua parola non ancora alienata, scrive Umberto Galimberti nel suo libro Il tramonto dell’Occidente assume il senso di un ritorno. Il ritorno a quel tempo in cui il pensiero occidentale cominciò a individuarsi e progressivamente a separarsi da quello aurorale, in cui l’uomo, al di là di ogni distanza spaziale e culturale, si pensava testimone dell’essere, e dell’ente solo per dono. Ricordo a tale proposito l’intervento presso l’ex chiesa di San Carpoforo nel 2008 di Jannis Kounellis nell’ambito dei seminari promossi dal CRAB (Centro di ricerca Accademia di Brera). Jannis Kounellis stigmatizzava l’importanza della pittura, della tradizione, e della filosofia greca come riferimento inesauribile per il fare dell’arte a dispetto delle posizioni intransigenti e chiuse di molti “concettualini” presenti al seminario.

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Jannis Kounellis, La Storia e il presente, Sibari, 2007

L’uomo contemporaneo ha a che fare con immagini, schermi, sparizioni e populismi. Una perdita di orientamento caratterizzante la nostra epoca. La negatività dell’ente genera insicurezza nell’uomo che, dimentico dell’essere, ha posto fra gli enti la propria dimora. Anche le immagini si sono entificate, sostituendosi alle cose. Cose e immagini, essere ed enti, sono tutt’uno.  Quell’arte chiamata concettuale, che da Duchamp in poi ha lasciato il proprio marchio sull’arte moderna e che era orientata su schemi filosofici analitici, verbali, assertori e dichiarativi, è diventata ora arte accademica, arte tradizionale, una pratica come le altre che ha perso il suo fascino di critica analitica e oppositiva di smottamento verbale e linguistico.  I giovani artisti la ripetono pedissequamente senza neppure interrogarsi sulla sorte del pianeta e del mondo in cui operano.

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Gerhard Richter nel suo atelier

È in questo senso che la pittura ritorna a interrogarsi sui suoi margini filosofici, sul “che cosa” della tradizione, sul senso dell’essere e delle immagini, sulla trascendenza, sul progetto di verità che la attraversa. È l’Oriente che risponde alla crisi e alla caduta dell’Occidente così come aveva compreso Jaspers indicando una via, un cammino possibile, senza gesti eclatanti e drammatici. La pittura a cui qui facciamo riferimento non è quella di una certa figurazione italiana di bambolotti, alambicchi e macchie colorate adornate da grafie scritturali, ma si presenta come filtro dell’immagine, epurata da ogni sensazionalismo decorativo, pittura di ciò che pensiamo di vedere, come un pensare al non vedere. È questa che si fa visione di quella trascendenza che precede l’apparire dell’ente. Ora occorre toccare terra da qualche parte ed è questo il cammino del pittore nell’epoca del dominio dell’apparizione degli enti e della sparizione del senso: ancora svelare ciò che è nascosto.

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Davanti a una sala di massaggi
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Wang Hao, Barca d’oca blu, 100 x 150 cm, olio su tela, 2017
IMMAGINE BLOG
Feng Zhengjie, Le Papillon Amoureux No. 03, 150 × 111 cm, olio su tela, 2001
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Una risposta a "Arte, Pittura e Filosofia"

  1. La perdita della centralità del progetto
    culturale intorno alla morte ha creato una caduta,nel pensiero filosofico e artistico nell’ occidente. Rifondare una visione aderente allo stato di necessità nella contemporaneità è affidato all arte,al pensiero creativo. Affermare la natura Fetale del Mondo è il compito che l artista ha,il Nuovo Territorio dove ricondurre l atterraggio del nostro veicolo.

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