Immagini/testo e media

FRANCESCO CORREGGIA

BLOG 1
Francesco Correggia, frame dal video Conversazione con il coltello, 2006

Informiamo i nostri lettori che il Blog Prearo Editore sospende per un breve periodo la sua attività di pubblicazione di testi e immagini. Il ciclo di testi dedicati all’arte contemporanea, all’estetica, alle immagini, alla dimensione critica e al pensiero sull’arte si interrompe a partire da fine Luglio per tutto il mese di Agosto per riaprire a Settembre. La nostra attenzione sul contemporaneo e sui suoi aspetti sociali e politici certo non va in vacanza ma continua ad aleggiare con vigore critico, teorico ed interpretativo sugli articoli, sulle parole, le recensioni e i libri che vengono pubblicati e che sono diffusi sui media sovrani. Siamo consapevoli che ci troviamo davanti a un cambiamento epocale dei modi con cui oggi si fa cultura e che l’intreccio fra tecnica, arte, immagini e parole formano e alimentano un regime estetico e una partizione del sensibile che precedono e determinano gli strumenti delle attuali narrazioni estetico-visive, coinvolgendo perfino la nostra vita.

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Allan Sekula, dalla serie School is a Factory, stampa in gelatina d’Argento su carta, 1978-1980

Non possiamo comunque fare a meno di segnalarvi in breve alcuni articoli su cui vale la pena soffermarsi. Sabato 21 Luglio è uscito un lungo articolo su terza pagina del Corriere della Sera a firma Carlo Vulpio sulla mostra dedicata a Gillo Dorfles dal titolo Oltre lo sguardo curata da Luigi Sansone in una Sala del Castello di Sant’Angelo nel Golfo di Castellabate, nel Parco Nazionale del Cilento. La mostra propone un Gillo Dorfles inedito, grande artista Mitteleuropeo, teorico dell’arte concreta che insegue la sua vocazione Magno Greca. Certo, l’atmosfera magica di Paestum lo ha sostenuto e ispirato dandogli la voglia di dipingere e stimolando la sua creatività. Come non ammetterlo. Paestum è un luogo magico dove passato e presente s’incrociano.  Abbiamo tutti conosciuto Gillo Dorfles. Lo si incontrava a Milano in diversi spazi, quasi in contemporanea come se avesse il dono dell’ubiquità. Forse aveva qualcosa di magico nel suo aspetto e nelle sue anticipazioni. Era già in avanti con l’età ma lui imperterrito presenziava a tutte le inaugurazioni, quelle che naturalmente contavano. Ma da qui a dire che si tratta di un grande pittore che mette insieme, pittura, passione e sentimento, arte e decorazione nel suo transitare con ironia intorno a quel che rimane dell’arte mi sembra una sciatteria. Dorfles è stato un personaggio importante nella cultura italiana, un uomo lieve, aristocratico, colto con una scrittura sapiente e sempre nel proprio tempo. Più che un discreto pittore è stato un Dandy dell’arte e dei suoi miti, come lo descrive Sgarbi, ma niente di più. Certamente appassionato della pittura che amava con discrezione, ma la pittura non si ama, la si pratica fino alla sua essenza, fino alla fine. Non trasciniamo il grande Dorfles in un agone che non gli è mai appartenuto e che neppure lui avrebbe voluto.

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Mark Wallinger, State Britain, installazione alla Tate Britain, 2007

 

Sempre sul Corriere della Sera in Tempi Liberi, Alessandra Quattordio scrive su Franco Mazzucchelli. Artista milanese senz’altro importante ma che in questo articolo sembra rivelarsi un artista ironico, provocatore, con un’attenzione particolare verso i nuovi materiali, che poi tanto nuovi non sono, e verso l’impiego di tecnologie sperimentali. L’autrice dell’articolo non fa alcun accenno al senso del suo lavoro e al contesto sociale politico-teorico in cui Franco operava negli anni Settanta. Ne scrive come se egli fosse con i suoi gonfiabili un artista spassoso, irriverente, provocatorio.

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Tania Bruguera, Tatlin’s Whisper #5, 2008, Tate Britain

All’interno delle pagine di Repubblica troviamo invece l’inserto culturale dal titolo Robinson. Non è certo un caso che si tratta proprio del mito robinsoniano di Walter Defoe. Il riferimento alla narrativa, alla letteratura, alla politica, all’intelligenza artificiale è evidente e certo non ci coglie di sorpresa, ce n’era proprio bisogno. Questa settimana in Si salvi chi può è stato pubblicato un articolo dedicato ad uno dei protagonisti della letteratura, lo scrittore americano Jonathan Franzen. Finalmente qualcosa che ci aiuta a comprendere meglio la personalità narrativa dello scrittore.  Qualcosa che ci fa capire di come il genere stesso del romanzo e la letteratura, in tutta la sua fragile gloria, sono per noi importanti. È un articolo da non perdere. Soprattutto invitiamo a leggere il libro di Franzen: Libertà, pubblicato nel 2010. Leggere questo libro non è un’esperienza faticosa. Il ritratto di Franzen delle aspirazioni dei suoi protagonisti è così trasparente e persuasivo che la scrittura entra senza sforzo nella mente del lettore.

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Douglas Gordon, Play Dead; Real Time, videoinstallazione, 2003

Ed è proprio con le arti visive che vorremmo concludere. È stato pubblicato di recente un libro che consigliamo di leggere di W.J.T. Mitchell dal titolo Scienza delle immagini. Iconologia, cultura visuale ed estetica dei media della collana Saggistica d’arte di Johan & Levi. Mitchell è un pensatore noto nell’ambito della cultura visuale che gli anglosassoni chiamano visual culture studies. In questo libro, l’autore va oltre la domanda su che cosa vogliono da noi le immagini e sulla differenza fra picture e image, tema centrale del suo precedente libro Pictorial turn. Saggi di cultura visuale, per concentrarsi sulla vita delle immagini. La domanda che Mitchell ci pone è quanto siamo disposti a considerare seriamente l’idea che le immagini siano come persone e più in generale come entità viventi, come organismi che si muovono, vivono, circolano, proliferano, si stanziano e poi si spostano di nuovo. Forse le immagini non sono soltanto oggetti della nostra conoscenza, ma custodiscono anche una loro conoscenza. Di quale conoscenza si tratta? Mitchell analizza le varie entità che le immagini assumono nel loro migrare senza trascurare il loro rapporto con il totemismo, il feticismo, l’idolatria, la clonazione.

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Mary Ellen Croteau, CLOSE, tappi di bottiglie di plastica, 2011

Nel capitolo: Il futuro dell’immagine. La strada che Rancière non ha preso, Mitchell si confronta con Jacques Rancière sul rapporto tra sensi e segni nei media. Le ricerche di Rancière, scrive Mitchell, sulle questioni delle immagini, del suo rapporto con il linguaggio e delle sue implicazioni estetiche e politiche erano state come un tuono lontano sull’orizzonte delle barriere disciplinari e del linguaggio. Nel seminario dal titolo Il futuro delle immagini, in cui entrambi erano stati invitati, affrontano il tema del viaggio delle immagini e del loro futuro. Dal passato profondo e primordiale, dalla figura dei cavalli di Lascaux al crepuscolo contemporaneo delle immagini sintetiche. Rancière oppone al discorso vitalistico e migratorio delle immagini di Mitchell il suo interesse per le operazioni artistiche, dove le immagini non vogliono nulla e non producono nulla. L’ipotesi di Mitchell è che Rancière si limiti nell’analisi dei linguaggi artistici in una soglia dove le immagini vengono purificate dalla sensibilità artistica senza fare il passo successivo verso l’immagine testo di ciò che Michel Foucault chiama il visibile e l’enunciabile. Una zona di convergenza tra i due è che l’opera d’arte in fondo si pone in una dimensione di decontaminazione, pulizia rispetto all’immagine e alla sua percezione producendo a sua volta altre immagini tra estetica e politica tra lo spazio dell’immagine e la vita reale, lo spazio dell’arte e il regime estetico. Il futuro dell’immagine già incombe su di noi.

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Emma Sulkowicz, frame dalla performance Carry That Weight, 2014–15

Ringraziamo quanti finora ci hanno seguiti e ci auguriamo ci seguano ancora con il loro contributo di risposte e osservazioni, anche durante le vacanze. Il Blog infatti riamane attivo per tutto il periodo estivo per consentirvi di scrivere e inviare le vostre riflessioni e suggerimenti. Essi sono indispensabili per la crescita del Blog.

Un caro saluto e buone vacanze.

 

La redazione

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Hans Haacke, Once Upon a Time, 2010, Fondazione Antonio Ratti
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