Attualità della parola in due atti

FRANCESCO CORREGGIA

Primo Atto

1 where the wind 20088 particolare

Francesco Correggia, Where the wind, tecnica mista, 2008 (particolare)

Da tempo avrei voluto scrivere un testo sulla parola o meglio sui termini che usiamo per indicare qualcosa di reale, qualcosa che accade ed è sotto i nostri occhi. La svolta iconica e il prevalere delle immagini, dei media e delle nuove tecnologie nell’antropogenesi umana in un mondo che sembra dominarci piuttosto che essere abitato mi ha persuaso che scrivere un testo sulla parola sarebbe stata un’impresa alquanto ardua. A meno che io non avessi tentato di scrivere un trattato, una storia della parola a partire dagli antichi o dall’insufflamento divino, ma non me la sentivo. Ci vogliono competenze storico critiche per un tema così complesso ed io sono solo un pittore che scrive. Ciononostante mi sembra che valga la pena cimentarsi sull’argomento. Vorrei suggerire alcuni passaggi che mi sembrano interessanti da un punto di vista del significato sociale e culturale del termine parola. Da qui l’idea di scrivere un testo sulla parola in due atti, come se fosse una pièce teatrale.

2 John Baldessarri
John Baldessari, The Pencil Story, fotografie a colori con matite colorate su tavola, 1972-8

Quando tentiamo di definire che cos’è “parola” dovremmo, intanto, precisare che cosa intendiamo dire. Non si tratta della parola presa rispetto a una promessa o di una specie di agente della comunicazione sociale, la parola parlata, ma intendiamo riferirci alla parola esprimente, alla parola dicente, che pronuncia un senso, che afferra una cosa, che dice la distanza ma anche la prossimità. Vogliamo qui riferirci alla parola matura, come germe vivo di infinite formazioni. È la lingua la sua sede, il suo terreno fertile che permette a ogni uomo di sentire in modo vivo che egli non è nient’altro che una particella di tutta l’umanità. È proprio nel sentirsi dentro un progetto umano e al contempo divino che fa della parola la casa dell’essere.

3 Vincenzo Agnetti
Vincenzo Agnetti, Chi esce entra, olio su feltro, 1970

Tra la parola e le cose c’è lo stesso rapporto antinomico e complesso che c’è fra scienza e filosofia. Sia la scienza sia la filosofia sono descrizioni della realtà ovvero sono una lingua, che in entrambe ha una forza particolare. Il cammino della scienza, che ora è del tutto piegato alle nuove tecnologie, ha reso ancora più difficile se non impossibile, tale rapporto. Le tecnoscienze promettono l’eternità. L’uomo è alimentato da una corrente insaziabile di tecnologie che si rivelano come un progetto demiurgico, come una promessa. La produzione intermediale ha eliminato l’antica alleanza verbo iconica che rispondeva ad una logica veritativa, alla volontà di comprendere il senso e la portata significativa di ciò che si mostrava. Ora le immagini sono come le cose, sono la stessa realtà anche se essa viene chiamata realtà virtuale. Gli schermi, che ormai esprimono la latitudine infinita della nostra possibilità di vita, non sono semplici superfici riflettenti ma supporti di luce, quasi entità divine che si diramano nello spazio e si connettono fra di loro. Quel nesso interpretativo fondato sulla capacità della lingua di esprimere il pensiero umano, pur nello scarto fra parole e cose, immagine e realtà è consegnato alla volontà delle immagini e dei media che pretendono da noi sempre più soggezione e asservimento. Neppure la parola di Dio può salvarci da questo mescolamento, da questa indistinzione di luce e tenebre. Il Verbum è confinato in uno spazio metafisico dove l’idea stessa di trascendenza è annullata dalla speranza robotica, dall’intelligenza artificiale, dalla capacità tecnologica di poter essere eterni ma soprattutto dalla mancanza di una parola matura.

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Augusto de Campos, Desplacebo, 1997

Il concetto di emulazione fra l’essere umano e la macchina è un esempio estremo di come la scienza e cioè il progresso scientifico nella sua dimensione tecnologica stia sostituendo la religione come modo di realizzare aspirazioni e illusioni culturali profonde. Il transumanesimo ne è un esempio tipico. Dietro le tecnologie future, come scrive Mark O’Connell nel suo libro: Essere una macchina”, sembra riemergere il mormorio di idee antiche: si parla di trasmigrazione delle anime, di eterno ritorno, di reincarnazione. Nulla è veramente nuovo scrive O’Connell. Non c’è nulla che muoia davvero; tutto rinasce in una forma nuova, con un nuovo linguaggio, un nuovo sostrato per la mente.

4 Pavel Florenski
Pavel Aleksandrovič Florenskij

Questi aspetti della tecnologia che caratterizzano l’uomo odierno non sono inscindibili dalla lingua e dalle parole che noi usiamo per descrivere la realtà e definirne il senso. La peculiarità della lingua consiste nel suo aspetto convenzionale nel suo essere parlata e compresa ma anche nel suo essere di volta in volta inventata, nel suo essere oggettiva da una parte e individuale dall’altra, rigida ed elastica al contempo. Come dicevano gli antichi, il nutrimento di un popolo è la lingua nelle sue antinomie. La forza della lingua è la sua costante reinvenzione, pur nel rispetto dei suoi aspetti normativi, oggettivi. Queste due anime convivono in essa come una coppia. Con la loro contraddittorietà esse danno luogo alla lingua, all’infuori di esse la lingua non può esistere, così scrive Pavel Aleksandrovič Florenskij nel libro “Attualità della parola. La lingua tra scienza e mito”.

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Eugenio Miccini, Ex libris, collage, 1977

La parola all’interno di questa antinomia è la porta della conoscenza. Sono le parole che chiamano ad esistere le cose. La parola deve essere considerata non il supplemento delle immagini o delle nostre menzogne velate di trasparenza ma come oggetto della conoscenza, atto di conoscenza che permette di entrare in contatto con la sua sostanza significativa, con la sua energhèia. Si tratta di qualcosa che sta al di là della nostra esperienza reale sebbene la contenga. Purtroppo la rappresentazione del nostro mondo è senza una parola sintetica, è senza pensiero, ma quel che è sostanzialmente terrificante è che siamo in preda a quella dimensione di dominio del potere delle tecnoimmagini che nel semplificare ogni atto di parola produce la morte dell’anima, dell’essere e del pensare.

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Sarenco, Lotta poetica, n.46, marzo 1975

Senza interpretazione la strada ad un novo totalitarismo è aperta. Esso è filtrato dallo schema di un linguaggio che ha abbandonato l’essenza della lingua, la sua dialettica transnazionale e affossato per sempre quella parola capace di trattenere presso di noi il respiro della verità, il Logos. Parole come il popolo, il cittadino, libertà, democrazia una volta dette e ripetute sugli schermi televisivi diventano ombre della loro sostanza significativa. Esse sono emesse senza alcun rapporto con la storia della lingua e con le cose stesse.

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Grande Fratello VIP, 6 novembre 2018

I media non fanno che da cassa di risonanza al turpiloquio, alla menzogna, alla volgarità. Modelli feroci di un’indecenza subdola che ci sta facendo precipitare in una nuova dittatura. Essa non è né di destra né di sinistra, non è un ideologia ma un modo di vivere, di agire, di dividere, di esercitare la violenza delle parole, di non pensare. La nuova dittatura si manifesta nell’immediatezza dei consumi, nel trionfo di una bellezza robotica, usurpante e onnisciente. I media tecnologici, i Social Network, Instagram e i programmi televisivi di intrattenimento sono le protesi suadenti di questo nuovo dominio che è anche sudditanza al capitalismo finanziario. La lingua viene orribilmente sporcata, spogliata della sua essenza antinomica per essere venduta, trasformandosi nel luogo stesso della menzogna. La parola si restringe, si accorcia nel suo tradursi in merce. Essa perde il suo requisito specifico, la tensione dell’antinomia linguistica che la caratterizzava.

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Laboratorio criogenico

La moda di oggi è essere visti, guardati, ammirati con un numero sempre più alto di Like, circolare in rete, gridare, esercitare violenza, fare scandalo, pubblicizzarsi nel fare pubblicità. Tutto ciò, oltre a condurci nelle mani di una tecnocrazia intermediale, rassicura il popolo, (almeno ciò che è indicato con il termine popolo dai politici nostrani senza preoccuparci troppo del suo significato linguistico), lo libera dalla paura di sentirsi accerchiato dal diverso, dallo straniero, da potenze invisibili. È così che si ottenebrano le menti e le si controlla. Intanto, mentre si consumano i riti dello spettacolo integrato, il transumanesimo e il laboratorio criogenico dell’Alcor assicureranno ai ricchi che non vogliono morire la vita perenne, l’immortalità, il viaggio nel futuro, chiudendo così il cerchio dell’indifferenza umana.

12 -golem Wie er in die Welt kam, 1920, 76'), scritto e diretto da Paul Wegener,
Fotogramma tratto dal film Der Golem, wie er in die Welt kam, diretto da Paul Wegener, 1920

Davanti a queste immagini magnetiche e allo sfarfallio tecnologico delle pianure di resurrezione futura, dei congegni robotici impiantati nel corpo, della super intelligenza artificiale l’essere umano sembra consegnarsi alla macchina, all’artificio, ad un nuovo Golem, senza preoccuparsi dei problemi del pianeta. Il suo creatore aveva inciso sulla fronte del primo robot arcaico (figura antropomorfa della mitologia ebraica) costruito per proteggere il popolo di Israele, la parola Emet. Essa aveva un doppio significato: fedeltà e verità. Quando il “Golem-Robot” sfugge al controllo del suo artefice distruggendo ogni cosa è con la parola che il meccanismo si interrompe, l’artificio viene interrotto.

 

 

 

 

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